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E' un grigio venerdì di novembre, l'aria è umida e in sospensione c'è qualcosa che non è nebbia e non è pioggia. Il freddo, anche se non pungente, entra nelle ossa e ti fa sentire un brivido nella schiena, bisogna raggomitolarsi nel cappotto, ficcare il naso nella sciarpa e calarsi il berretto di lana ben bene sugli occhi. Anche i guanti non possono mancare. Cammino verso l'ufficio a passo spedito, così mi scaldo. Mi guardo attorno e vedo la gente che va al mercato, va al lavoro. Visi seri, concentrati nella ricerca del parcheggio o delle mele migliori. Gli alberi stanno perdendo anche le ultime foglie, l'asfalto è coperto di giallo, i rami si stagliano neri nel cielo biancastro. Respiro e sento l'aria fresca che mi pervade e penso che amo il freddo. Nei pensieri l'idea di fare quel che devo in ufficio e poi dedicarmi a me e alla mia famiglia nel fine settimana; negli occhi la vita che si muove nella mia piccola adorata citta; nelle orecchie questa canzone che mi coccola i timpani.
Bones sinking like stones
All that we've fought for
All these places we've grown
All of us are done for
And we live in a beautiful world
Yeah we do, yeah we do
We live in a beautiful world
Bones sinking like stones
All that we've fought for
All these places we've grown
All of us are done for
And we live in a beautiful world
Yeah we do, yeah we do
We live in a beautiful world
And we live in a beautiful world
Yeah we do, yeah we do
We live in a beautiful world
Oh all that I know
There's nothing here to run from
'Cos yeah, everybody here's got somebody to lean on
Ieri è stata una giornata apocalittica, la prova tangibile che non è venerdì tredici che porta sfiga, perchè ieri era il sei. Quando mi sono alzata, sapevo benissimo che durante il lungo cammino che mi avrebbe condotto fino a sera, avrei incontrato numerosi ostacoli, quindi in parte ero preparata. Dico in parte, perchè alla fine la giornata si è rivelata molto peggio di quello che credevo, di quelle che ti portano a pensare "stamattina dovevo restare nel letto".
Dopo aver:
mi son detta: per oggi ho dato.
E tornare a casa tutta intera ha avuto un sapore davvero speciale.
"Push the door, I'm home at last
and I'm soaking through and through
Then you hand me a towel
and all I see is you
And even if my house falls down,
I wouldn't have a clue
Because you're near me..."
In queste giornate concitate, in cui mi domando come devo fare per far richiesta per le giornate di 30 ore, sento la mancanza della mia musica. Di quella che mi rimette in sesto, di buon umore, che mi riporta sui binari giusti, che sgombra il cielo dalle nuvole, dirada la nebbia e fa spuntare il sole. La musica che sento nelle vene e che mi tremare lo stomaco. Le mie tante, tante canzoni del cuore. Quelle che hanno accompagnato la mia crescita, la mia vita, ma anche quelle più recenti, colonna sonora degli ultimi importanti cambiamenti che ho vissuto. Ho bisogno di ritrovare il tempo per queste note.
Tra poco prendo un lurido treno che mi porterà a Milano. Ho un'oretta di tempo, tanto per cominciare.
Nella mia vita passata, quella di studentessa, oltre che di lingue straniere, mi sono occupata di format televisivi. Diciamo che l'indirizzo del corso di laurea prevedeva una specializzazione in comunicazioni sociali e di massa, nuovi media, nuove tecnologie della comunicazione, ecc...
Così mi è capitato di frequentare un laboratorio incentrato sui format televisivi. Storia, evoluzione, modalità comunicative e compagnia bella. Ricordo una parte interamente dedicata alle soap operas, sceneggiati nati negli Stati Uniti, prima in radio poi sbarcati in tv, che hanno spopolato anche qui in Italia negli anni 80.
Ieri dopo pranzo, mi sono resa conto che le soap operas stanno morendo. A dispetto di una delle caratteristiche distintive del format stesso, cioè quella di non avere una fine, questo prodotto ha ormai fatto il suo tempo. Recentemente ha chiuso i battenti una delle soap operas storiche, nata per la radio nell'immediato dopoguerra negli Stati Uniti appunto. Il segnale è chiaro: si è chiusa un'epoca.
Del resto, a ben pensarci, non è che improvvisamente l'utenza richieda opere teatrali di alto livello, documentari scientifici o storici o altri programmi di elevata qualità contenutistica. Tutt'altro. Direi che l'utenza si sta rimbambendo sempre più. Solo che non c'è più bisogno di pagare attori, sceneggiatori e costumisti per impegolarsi a produrre una soap opera. Ci sono i reality, caspita! Partecipanti illustri sconosciuti che mettono alla berlina se stessi e la loro smodata voglia di fama, sconosciuti che possono avere un talento oppure avere solo il talento di non saper fare assolutamente nulla. Il segreto è: chiudi un po' di queste persone a caso (o forse non tanto a caso) in un luogo qualsiasi (una casa, un'isola, una scuola...poco importa) e la soap opera prenderà vita da sè. Niente attori, nè sceneggiatori da pagare.
La qualità del risutato...beh, tutto sta a capire se intendiamo misurarla coi contenuti espressi o con gli ascolti.
............
Meno male che ci restano Criminal Minds e NCIS.
Allora, ditemi voi che cosa dovrei pensare io di una collega che mi dice che "Tre metri sopra il cielo" è il libro più bello che lei abbia mai letto e che ha pianto tanto, che è troppo, troppo bello, indescrivibile...
Ditemi voi.
E' che io ci provo a essere tollerante. Solo che, davanti a questo, non ce la faccio. Insomma, mi lascio influenzare dai miei preconcetti, è vero. Però in libreria avevo provato a sfogliarlo e a leggere qualche riga e onestamente mi erano bastate. Forse a qualcuno di voi è piaciuto. Mi spiegate se sono io che non capisco o cosa???
Ho conosciuto tanta gente purista dell'uno o dell'altro. Persone che, a prescindere dall'ora del giorno, sono fedeli ad una e una sola bevanda. Non soltanto; schifano l'altra.
C'è chi racconta di aver acquisito l'amore per il tè dagli inglesi, dopo un viaggio in Inghilterra e di non volerne più sapere del caffè.
C'è chi dice che il tè è solo acquaccia e che nulla è paragonabile all'aroma del caffè.
Non ho mai capito questa diatriba, per me è senza senso.
Al mattino, quando mi sveglio, ho bisogno di caffè come dell'aria che respiro (per questo quando sono stata in Irlanda mi sono portata la moka e il caffè, sapevo che là in casa non li avrei trovati). Se per caso al mattino non riesco a ingerire almeno un caffè, arrivo in ufficio con una sensazione di malessere fortissima e ovviamente sono intrattabile e non so neanche come mi chiamo.
Dopo pranzo poi, se non chiudo il pasto con un caffè, rischio l'abbiocco violento, quasiasi cosa io debba fare dopo, non c'è storia.
Ecco, per me il caffè ha questa connotazione di piacevolissima benzina che mi mette in moto fisicamente e mi accende il cervello, è indispensabile quando ho da fare.
Per il tè è tutta un'altra storia. Ci vuole calma e relax. Non a caso, l'unica mattina in cui mi alzo e mi faccio un tè, è la mattina di Natale. Non c'è una ragione precisa, se non la pace e la serenità che accompagna quella mattinata.
In montagna, nei pomeriggi d'inverno, quando fuori il freddo taglia a fette qualsiasi cosa o addirittura nevica, è bellissimo assaporare un tè guardando fuori dalla finestra.
E oggi, per esempio, dopo una mattinata dedicata ai lavori di casa e dopo un meraviglioso sonnellino su divano, alzarsi e scadarsi l'acqua per un tè, è davvero un piacere della vita.
Non siamo abbastanza entusiasti (di cosa, poi)
Non chiamiamo abbastanza i clienti (in realtà, non ne possono più)
Non facciamo abbastanza presentazioni
Non siamo abbastanza propositivi
Non conosciamo abbastanza i nostri prodotti
....
Il tutto detto da uno che scrive QUAL E' con l'apostrofo e che usa il verbo TO PRETEND come se significasse PRETENDERE...
INVECE, tener conto che l'economia cola a picco e che nonostante tutti i pareri contrari, la crisi c'è e si sente e nessuno è più disposto ad investire, ma l'unico imperativo è risparmiare, è troppo difficile.
Troppo.
...degli amici
del marito
dei genitori
dei suoceri
dei colleghi
dei capi
...
Accontentare tutti, soddisfare tutti, dare a tutti ciò vogliono, ciò che mi chiedono, ciò che si aspettano da me. Far sì che tutti siano contenti. Ma capita che accontentare qualcuno significhi scontentare qualcun'altro, o altri. Vorrei arrivare ad una contentezza contemporanea. Ma è difficile, caspita se è difficile.
A volte mi sento soverchiata. A volte ho l'impressione di non farcela.
E' normale?
Se c'è una categorie di persone che non sopporto, è quella degli urlatori. Quelli che hanno sempre il tono di voce elevato quando non è assolutamente necessario, quelli che non tengono conto che non vivono su un'isola deserta e a pochi interessa quello che hanno da urlare al telefono. Il tutto è aggravato se ci si trova in un contesto di open space, dove guarda caso mi trovo io, quindi in un luogo dove a tante scrivanie lavorano tante persone, ognuna dotata di corde vocali. Pensiamo un po' se tutti utilizzassimo un tono di voce alto: cosa succederebbe? Ma c'è sempre qualcuno che usa poco ciò che ha tra le orecchie e quindi sbraita, senza ritegno, senza vergona. Esite poi un'ulteriore aggravante: se ciò che viene esposto a viva voce è condito dal turpiloquio. Già devo sentire parole per le quali non nutro interesse, ma devo pure sorbirmi una sequela di volgarità?? Ma attenzione, le aggravanti non sono ancora finite: e se il suddetto open space fosse, toh guarda, un luogo di lavoro dove gli impegati sono costantemente al telefono con persone esterne, ad esempio dei clienti, tanto per dirne una? Ammazza che bella figura si fa a parlare al telefono con un cliente con un collega che si esprime come uno scaricatore di porto dotato di megafono. Secondo me il cliente sente...
Ho appena citato una canzone di un gruppo Gallese.
Il collegamente con il rugby è stato facile.
Non è che io sia una fan sfegatata di questo sport, anzi, lo capisco appena. Però una cosa posso dirla: mi impressiona sempre quando danno in tv il Sei Nazioni, vedere quegli stadi ordinati stracolmi di uomini, donne, bambini e anziani. Allegri, festanti, vestiti coi colori della loro squadra, con cappelloni ridicoli e il trucco colorato in faccia. Mi impressiona se paragonato alla spettacolo completamente diverso che offrono i nostri stadi calcistici: polizia, transenne, sbarramenti, fumogeni lanciati in campo....quando va bene. Perchè quando va male ci sono risse, i cosiddetti "tafferugli" e episodi di delinquenza (se non violenza) gratuita per le strade.
Sarà banale, ma ogni tanto mi chiedo il perchè di queste differenze.
"Dicono che in Galles si gioca a rugby sull'erba, a Cardiff
Nel fango, dietro le case
E tra le nuvole, in Paradiso"
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